{"id":6039,"date":"2017-11-24T12:31:37","date_gmt":"2017-11-24T12:31:37","guid":{"rendered":"http:\/\/walterniedermayr.com\/?p=6039"},"modified":"2017-11-24T13:07:23","modified_gmt":"2017-11-24T13:07:23","slug":"giorgio-falco-das-ueberlebensparadox","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/walterniedermayr.com\/de\/giorgio-falco-das-ueberlebensparadox\/","title":{"rendered":"Giorgio Falco. Das \u00dcberlebensparadox"},"content":{"rendered":"<p>Esistono case che, a un primo sguardo, ci riportano dentro qualcosa di somigliante alla nostra infanzia, o meglio, all\u2019idea dell\u2019infanzia attraversata da un paesaggio fiabesco. Sono abitazioni singole, di proporzioni minute, alte due o tre piani, delicate e un po\u2019 sghembe, in alcuni casi proprio sgangherate, ma sempre graziose, come le case disegnate dai bambini nelle pagine dei loro quaderni. Tuttavia i disegni dei bambini ritraggono molto spesso una strada sinuosa che conduce a una casa singola, isolata dalle altre, edificata in posizione dominante e circondata dalla natura complice: un laghetto popolato da pesci rossi, abeti verdi slanciati verso il cielo.\u00a0Le abitazioni di alcuni paesi e villaggi alpini, invece, sono unite le une alle altre e cresciute attraverso un\u2019accumulazione che ha mantenuto la duplice funzione di coniugare le aspettative individuali con il senso di appartenenza alla comunit\u00e0. Le case risalgono a varie epoche storiche; alcune hanno mille anni e resistono misteriosamente alle intemperie, all\u2019inerzia dei loro abitanti, alla distanza tra i desideri e l\u2019effettiva volont\u00e0 di soddisfarli; queste case millenarie hanno una croce impressa sulla trave portante del tetto, la data di costruzione incisa sulla facciata principale da uomini morti dieci secoli fa, la cui calligrafia arriva ancora incontro a tutti noi, anche se non ce ne rendiamo conto e la consideriamo un sottofondo superfluo, come il canto di un uccello che morir\u00e0 domani. I materiali utilizzati sono sempre stati prossimi all\u2019uomo, pietra e legno dei monti circostanti, ma ogni generazione ha aggiunto piccoli segni, oggetti testimoni di epoche diverse.\u00a0\u00c8 l\u2019architettura spontanea, vernacolare, caratterizzata dalla lentezza, dall\u2019umilt\u00e0 con cui le abitazioni sono state costruite e modificate nel corso dei secoli. Queste case sembrano adattarsi come animaletti intelligenti alla morfologia del paesaggio, ai rigori del clima, grazie alla semplice flessuosit\u00e0 con la quale stanno al mondo. I corpi centrali corteggiano altre propriet\u00e0. I seminterrati si manifestano attraverso piccoli archi da cui, fino a pochi decenni fa, uscivano gli animali che soddisfacevano gran parte delle esigenze alimentari delle famiglie. Il calore animale era fondamentale per riscaldare il piano superiore, abitato dall\u2019uomo. Da seminterrati, da antri umidi e bui, da ci\u00f2 che \u00e8 stata una stalla o un fienile, escono adesso gli scooter dei ragazzi che vanno a scuola o a zonzo durante la stagione estiva. I seminterrati sono stati trasformati anche in spazi nei quali gli anziani passano molte ore impegnati in attivit\u00e0 manuali che oscillano tra necessit\u00e0 e hobby. I gerani, nei mesi primaverili ed estivi punteggiano le ringhiere, le logge e i parapetti di legno. Gli infissi ottocenteschi scorticati convivono con l\u2019ossessione italiana per l\u2019alluminio anodizzato, ci\u00f2 che dovrebbe rappresentare il baluardo resistente alla corrosione e, forse, alla morte. Le pareti di queste case presentano intonaci spesso difformi, inframmezzati da macchie testimoni delle aggiunte, dei ripensamenti, degli allargamenti costruttivi: un neonato inaspettato o una nonna non pi\u00f9 autosufficiente lasciano il proprio segno nella casa di famiglia, anche quando la nonna \u00e8 morta da decenni e il neonato \u00e8 un uomo residente in qualche citt\u00e0 di pianura. Sulle pareti esterne &#8211; accanto alle antenne paraboliche rivolte ai monti &#8211; \u00e8 possibile leggere oscure frasi latine di avi devoti e ignoti, scorgere affreschi risalenti a tre o quattro secoli fa, scene di Madonna con Bambino, santi feriti ritratti da alcuni pittori minori, riusciti a barattare la propria opera con l\u2019ospitalit\u00e0 nelle stesse case sulle quali avrebbero dipinto. Pi\u00f9 in alto, accanto alle finestre delle mansarde, \u00e8 possibile trovare nicchie, laddove spicca Cristo crocifisso; dai suoi piedi uniti nel chiodo si dipartono profonde incisioni murarie, \u00e8 difficile capire se le ferite di Cristo derivino dai segni nella facciata o se viceversa i segni siano originati proprio dalla crocifissione. Cristo in croce ha il corpo marcato da ferite sanguinolenti, ma la pelle \u00e8 ricoperta anche da uno strato di grigio, come se la mutazione dell\u2019epidermide derivasse dalla pietra, dalla malta, dal cemento: pi\u00f9 che il Figlio di Dio, \u00e8 un muratore morto a causa di un incidente sul lavoro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Due di queste case sono state edificate nel tardo Settecento, poco prima della fine del dominio vescovile. Sembrano gemelle che differiscono soltanto per un tono impercettibile della risata o per una sfumatura del pianto. La porta d\u2019ingresso della prima &#8211; \u00e8 ancora visibile, sopra di essa, lo stemma raffigurante l\u2019abito di un vescovo che al posto del petto ha un\u2019aquila &#8211; affaccia sulla strada principale del paese. La porta d\u2019ingresso della seconda si trova invece nel corridoio strettissimo che separa le due costruzioni, entrambe disposte su tre livelli. Il corridoio che separa le due case &#8211; quasi una feritoia &#8211; \u00e8 uno sfogo per turisti o ubriachi notturni, che colti da improvvisa necessit\u00e0 pisciano sulle mura delle due case. Quando sono state costruite non esistevano regole circa la distanza minima tra le abitazioni, le case appartenevano a famiglie parenti tra loro, famiglie che hanno sempre onorato lo spirito collettivo del luogo. L\u2019estrema vicinanza delle case, che altrove sembrerebbe la manifestazione di un\u2019anomalia, nel paese \u00e8 vista come la testimonianza di un\u2019affezione.<\/p>\n<p>Da pochi giorni \u00e8 morta l\u2019ultima proprietaria della prima casa. \u00c8 stata seppellita nel vecchio cimitero cittadino, quello che affaccia sulla vallata dove scorre il torrente, accanto alla strada statale di nuova costruzione. La donna aveva ottantuno anni, era la zia di colui che abita la seconda casa. Da molto tempo l\u2019uomo non cammina pi\u00f9 per le strade del paese. Poche persone sono andate a trovarlo negli ultimi anni. Se affrontiamo paure risalenti alla nostra infanzia &#8211; quando strizzavamo gli occhi in stanze\u00a0buie e ci pareva di vedere, nel nero, scaglie di bianco non meno terrorizzanti del buio &#8211; e camminiamo lungo il corridoio tra i due edifici, arriviamo al campanello della casa; suoniamo, dobbiamo aspettare parecchi secondi, a volte minuti, prima di vedere, incorniciato tra lo stipite e la vecchia porta di ingresso, il volto dell\u2019uomo, che in quella penombra d\u2019altri tempi ci appare come un monaco su cui \u00e8 segnata una domanda senza risposta. Eppure anche quest&#8217;uomo \u00e8 stato un bambino, il suo giovane corpo sgusciava dalla strettissima apertura tra una casa e l\u2019altra, cos\u00ec da sentire il senso di avventura legato alla pi\u00f9 abituale delle azioni: uscire di casa e rientrarvi poco dopo.<\/p>\n<p>Nato nel 1967, l\u2019uomo ha vissuto l\u2019epoca di passaggio tra la fine di riti antichissimi e l\u2019irruzione del moderno nella propria vita. Ma ci\u00f2 che ha segnato la sua esistenza \u00e8 stato il cibo e il mutamento del proprio corpo. Alla nascita pesava quattro chili e cento grammi, un peso normale, come tanti altri neonati. Il bambino apprezzava molto le poppate di latte materno. Quando ha superato i dieci chili, sua madre l\u2019ha sollevato verso il soffitto. Lui era la Coppa dei Campioni, un trofeo, amatissimo anche dalla zia, che non si \u00e8 mai sposata e ha vissuto tutta la vita nella medesima abitazione gemella, in compagnia della nonna del bambino. Il padre cercava di educarlo a un rigore che doveva bilanciare la sfrenatezza alimentare causata soprattutto dalla moglie e dalla cognata.<\/p>\n<p>Nei primi anni di vita gli eccessi alimentari del bambino erano attenuati dalle corse, dai giochi nei vicoli, dalle scarpinate nei sentieri in mezzo ai prati che circondano ancora oggi le case. Cos\u00ec lui, soltanto paffutello in prima elementare, pensava di vivere un\u2019infanzia come quella di quasi tutti.<\/p>\n<p>Ogni sua giornata iniziava con una grande tazza di latte proveniente da una stalla del paese. La madre, convinta da pubblicit\u00e0 televisive, comprava la celebre polvere solubile al cacao, diventata imprescindibile. Oltre ai tre cucchiaini, grazie ai quali il latte della stalla diventava la bevanda mondiale, il bambino, dopo pranzo e senza farsi vedere dalla madre, mangiava altri tre cucchiaini di cacao, soltanto per il gusto di sentire quella specie di sabbia serrata tra le guance. In quei momenti socchiudeva gli occhi e ripensava con rimpianto, a volte con schifo, al latte del seno di sua madre, poppato senza che potesse diventare la bevanda preferita.\u00a0Non dobbiamo credere che le colonizzazioni dei corpi e delle menti avvengano senza alcuna resistenza, soprattutto nei paesi alpini. E tuttavia opporsi mantenendo una vicinanza alla tradizione rischia di creare un danno ancora maggiore della resa senza lotta. La madre, infatti, quasi per compensare la novit\u00e0 della bevanda solubile, preparava al bambino le merende con le quali era cresciuta: grandi fette di pane leggermente imbevute d\u2019acqua, con uno strato di burro e zucchero sopra; oppure grandi fette di pane e salumi, panini molto apprezzati dal bambino, desideroso di onorare il salato, oltre al dolce. Con l\u2019apertura di un paio di supermercati nel paese di montagna, l\u2019assortimento dei nuovi prodotti industriali era aumentato, e cos\u00ec il bambino, tramite la madre e la zia, provava anche le pi\u00f9 eccentriche merendine. La maggior parte delle merendine ha una vita commerciale breve; deve esistere, da qualche parte nel mondo, un enorme cimitero delle merendine morte a seguito dell\u2019insuccesso, merendine decedute dopo un anno, anche meno. Questi attimi del dolce sgranocchiare, dell\u2019addentare soffice esaltavano il bambino: mangiare qualcosa destinato all\u2019oblio e alla sparizione definitiva pareva aumentarne il gusto.<\/p>\n<p>Quando il bambino, ormai pi\u00f9 che grassoccio, tornava da scuola, si attardava sulla salita, e gli altri bambini lo deridevano. Lui era troppo intento ad assecondare lo sforzo del respiro affaticato dai passi che sembravano nemici, per dolersi del comportamento di coloro che considerava compagni di gioco.<\/p>\n<p>A scuola, durante le partite di pallamano o calcetto, finiva sempre in porta: come giocatore di movimento non avrebbe dato alcun contributo positivo, mentre come portiere, a causa delle dimensioni ridotte della porta da difendere, diventava un ostacolo difficile da superare.\u00a0\u201cMettiamo un armadio davanti alla porta\u201d, ripetevano i suoi compagni di classe. La breve gloria da portiere \u00e8 finita dopo l\u2019ulteriore aumento di peso. L\u2019eccesso di carico sopportato da articolazioni e ossa rendeva faticoso anche il solo sostare davanti alla porta, e ancor di pi\u00f9 muoversi lateralmente e in avanti, o peggio ancora, tuffarsi.<\/p>\n<p>Le bambine erano sempre pi\u00f9 desiderate, come etichette dei prodotti alimentari. Gi\u00e0 durante i tre anni di scuola media, il bambino, ormai ragazzino, faticava a vivere insieme agli altri. Quando lui pensava alla propria condizione, la frustrazione gli causava una dipendenza ancora maggiore dal cibo.<\/p>\n<p>Il padre lo guardava a tavola, disapprovandolo. Il padre era magro, ancora scattante lungo i sentieri, laddove il giovane figlio boccheggiava. La madre suggeriva al figlio di contenersi, di scegliere tra il latte con la polvere solubile al cacao e le merendine da inzuppare, oppure il pane burro e zucchero, insomma, alternare la novit\u00e0 alla tradizione.<\/p>\n<p>I consigli della madre cozzavano contro l\u2019invadenza della zia, che invitava il nipote a casa e lo coinvolgeva nella preparazione dei biscotti con la confettura di fragole, biscotti formati da due esili dischetti di pasta sovrapposti, farciti con la confettura e impreziositi da un\u2019abbondante spolverata di zucchero a velo, al gusto di vaniglia. Il ragazzino imitava i gesti di sua zia. Prendeva un mucchietto di farina mischiata al lievito. Setacciava, vi aggiungeva lo zucchero, il sale, il burro tagliato a pezzetti, l\u2019uovo, i semi di vaniglia. Poi iniziava a mischiare e a impastare gli ingredienti, sotto lo sguardo della zia e della nonna. Le dita e le mani grassocce del ragazzino, imbrattate di farina e uova, scomparivano nell\u2019impasto, mani e dita sembravano parti del dolce, e se lui avesse portato un orologio, anche il tempo sarebbe stato risucchiato dalla lavorazione, anche il tempo sarebbe diventato un ingrediente. Non appena il ragazzino riusciva a ottenere un impasto composto, liscio e omogeneo, lo avvolgeva in una pellicola trasparente, lo appoggiava sul tavolo considerandolo come un frammento del proprio corpo impacchettato. Dopo un\u2019ora faceva come sua zia: l\u2019impasto steso fino a ottenere una sfoglia dello spessore di pochi millimetri, da cui ricavare, grazie a un antico stampino ottocentesco risalente all\u2019Impero austro-ungarico, le sagome circolari che sarebbero diventate i biscotti. Il ragazzino si divertiva a creare tre fori sulla parte superiore, fori poi riempiti dalla confettura di fragola. Infornava, e quando i biscotti erano pronti, li offriva alla nonna, alla zia, e ne portava una parte a casa, cercando l\u2019approvazione dei genitori.\u00a0Da ci\u00f2 che era un atto di gentilezza, lui ne ricavava una delusione: sua madre gli diceva, \u201cinsomma, quasi come quelli della zia\u201d; suo padre guardava i biscotti senza mangiarli, e finiva con il ripetere, \u201cma non \u00e8 che stai esagerando?\u201d, lasciando alla famiglia il dubbio su quale fosse il motivo dell\u2019esagerazione: mangiare troppo cibo o cucinare come una donna. Il ragazzino finiva la giornata festiva portandosi i biscotti in camera, dove divorava il frutto del proprio lavoro. Pensare al ritorno a scuola, l\u2019indomani mattina, lo avviliva, allora lui si affacciava alla finestra, non doveva nemmeno uscire di casa, bastava sporgersi di pochi centimetri, allungare le braccia e le mani grassocce verso il proprio desiderio. La zia esaudiva le voglie alimentari del nipote non solo con il dolce, ma anche con il salato. Nel sottilissimo corridoio, a pochi metri d\u2019altezza, nipote e zia, visti dal basso, sembravano due persone volenterose che si passavano il secchio per spegnere un incendio improvviso. E invece in quei centimetri transitavano minestroni d\u2019orzo, brodo di carne, spezzatino di cervo e capriolo, crauti con pancetta affumicata, w\u00fcrstel, infinite patate tagliate a dadini, che si conficcavano nel ventre come proiettili. Il ragazzino amava addentare anche erba cipollina tritata e quando sua madre o sua zia marinavano la carne di cervo o capriolo nel vino, provava una compartecipazione con il destino di quel pezzo di animale; cosa che non gli impediva, l\u2019indomani, d\u2019addentarlo.<\/p>\n<p>Questa ossessione alimentare non avrebbe mai raggiunto la patologia se il nostro personaggio avesse abitato in una casa con due ingressi e non cos\u00ec attaccata a quella in cui vivevano la zia e la nonna. La doppia entrata esisteva fino all\u2019inizio degli anni Settanta. Lui stesso conservava un ricordo &#8211; un ricordo di estraneit\u00e0 al se stesso odierno &#8211; mentre saltellava sui gradini bagnati dopo un temporale estivo, all\u2019et\u00e0 di cinque anni. Poco dopo, suo padre, ha demolito la scala con le proprie mani poich\u00e9 voleva un garage. \u201cLa mia nuova macchina deve dormire al caldo\u201d, ripeteva sempre, e cos\u00ec il padre ha distrutto la scala che dava l\u2019accesso al retro dell\u2019abitazione, e al posto della scala ha costruito un garage prefabbricato. Il cortile era piccolo, la famiglia doveva rinunciare a qualcosa: non all\u2019orto, n\u00e9 tantomeno al deposito degli attrezzi. Avendo un altro ingresso, per quanto \u201cun po\u2019 sacrificato\u201d, come ripeteva sua moglie, il padre del bambino ha sradicato la scala esterna, e sua moglie, bench\u00e9 inizialmente restia, si \u00e8 adeguata: non immaginavano quanto questa scelta avrebbe influito nella vita del loro unico figlio.<\/p>\n<p>Durante gli anni del liceo, il ragazzino divenuto ragazzo sembrava essere entrato nella parte del ciccione simpatico a tutti, compatito per il suo stato fisico che gli impediva di godere appieno della socialit\u00e0: niente camminate in montagna, nemmeno facili percorsi pedonali o in bicicletta lungo i dolci saliscendi della pista ciclabile parallela al torrente che taglia la valle. Il ragazzo avrebbe potuto frequentare la piscina, tuttavia vedere se stesso in costume lo rattristava. A volte capiva l\u2019atteggiamento di coloro che lo compativano: lui stesso, di ritorno dalle domeniche culinarie nella casa gemella, sentiva al posto del proprio ventre un sacchetto della spazzatura colmo d\u2019acqua, e specchiandosi in camera, si rendeva conto di avere un seno pi\u00f9 grande di quello di sua zia.<\/p>\n<p>\u201cSei troppo sedentario, dovresti muoverti, camminare\u201d, gli ripetevano sempre i suoi genitori. \u201cSono sedentario perch\u00e9 sono grasso, se fossi magro potrei muovermi\u201d. Era lo stesso ragionamento che gli impediva di avere una storia sentimentale con una ragazza. \u201cSono senza fidanzata perch\u00e9 sono grasso, se fossi magro avrei la fidanzata, ma poich\u00e9 sono senza fidanzata, mangio e ingrasso\u201d.<\/p>\n<p>Bench\u00e9 avviluppato in pensieri di questo tipo, il ragazzo \u00e8 riuscito comunque a diplomarsi. Pensava anche di iscriversi all\u2019universit\u00e0 del capoluogo di regione. Sarebbe andato avanti e indietro, in pullman, per frequentare le lezioni. Si sarebbe seduto nell\u2019ultima fila dell\u2019autobus, occupando un sedile e mezzo, forse due. Ma durante quei lunghi mesi tra la fine delle scuole superiori e l\u2019inizio dell\u2019universit\u00e0, in una luminosa mattina di settembre, si \u00e8 reso conto, dopo una sosta in panetteria, di riuscire a malapena a rientrare in casa. Ha strusciato i fianchi contro le pareti delle due case. \u201cMio Dio, come sono ingrassato\u201d, ha pensato proseguendo l\u2019immersione nello stretto corridoio buio. Ha strisciato i suoi fianchi contro le pareti, e per difendersi dall\u2019attrito urticante si \u00e8 voltato di alcuni gradi verso destra e poi verso sinistra, ma la pancia grattugiava le mura, provocandogli abrasioni e piccole ferite sanguinolenti. \u00c8 riuscito a entrare in casa e, leggermente ferito all\u2019altezza dell\u2019ombelico, voltandosi ansimante verso la porta richiusa, si \u00e8 sentito come uno di quei marinai scampati a una burrasca in mezzo all\u2019oceano. Ha reagito mangiando, non ricorda nemmeno pi\u00f9 cosa, e poi ha socchiuso gli occhi per sentire, all\u2019interno del suo grande petto, il cuore.\u00a0\u00c8 andato in bagno, si \u00e8 spogliato davanti allo specchio e ha deciso di salire sulla bilancia, un vecchio modello analogico, che arrivava fino a 150 chilogrammi. La lancetta ha tremolato timorosa, terrorizzata di oltrepassare una soglia sconosciuta.<\/p>\n<p>Lui doveva pesare molto di pi\u00f9. Come comportarsi? Andare dal medico e iniziare subito una dieta, oppure ricoverarsi in una clinica specializzata? Ma per fare tutto questo, doveva uscire, e lui temeva di rimanere incastrato nel corridoio divisorio delle due case. Pensava di iniziare una settimana di digiuno, solo per uscire di casa: poi si sarebbe affidato a un dietologo. E invece \u00e8 passata una settimana senza che lui tentasse di uscire e di mangiare di meno, e in poco tempo le giornate estive di settembre si sono accorciate sempre di pi\u00f9, trasformandosi in autunno. Ai suoi genitori \u00e8 sembrato naturale che il corpo del ragazzo divenuto uomo rimanesse asserragliato in se stesso. La medesima cosa pensavano la zia, la nonna e infine tutto il paese.<\/p>\n<p>Poteva vivere in quelle condizioni? Ascoltiamo ripetere da decenni quanto siano dannose le conseguenze dell\u2019obesit\u00e0: aumento dei trigliceridi e del colesterolo, diabete, ipertensione, insufficienza cardiaca. La scienza, ciclicamente &#8211; come per smentire se stessa con un sensazionalismo mediatico che la trasforma in industria scientifica pronta all\u2019intrattenimento &#8211; pubblica studi che esaltano nuove teorie. Quando il nostro personaggio aveva trentadue anni, una di queste ricerche &#8211; il paradosso della sopravvivenza &#8211; ha stabilito che, in alcuni sottogruppi di obesi, le condizioni di salute potevano migliorare in coloro che avevano un elevato indice di massa corporea. In alcuni pazienti obesi, ammalati di scompenso cardiaco, si registrava un tasso di mortalit\u00e0 inferiore rispetto a coloro che pesavano nella norma.<\/p>\n<p>Sappiamo come vanno queste cose. Passa qualche anno e una nuova ricerca smentisce la ricerca che a sua volta smentiva un\u2019altra ricerca.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quando i suoi genitori sono morti nell\u2019ospedale del paese, a distanza di pochi mesi l\u2019uno dall\u2019altra, l\u2019uomo non \u00e8 andato ai funerali. I vicini gli porgevano le condoglianze al piano terra. Tutte le questioni burocratiche si sono svolte sul tavolo della vecchia cucina. Il notaio ha disposto l\u2019eredit\u00e0 dell\u2019uomo in quell\u2019ambiente che odorava di chiuso, di cibo, di legno impolverato, di umido. Anche i mobili sembravano essersi appesantiti, l\u2019odore del legno si mischiava a un vago odore di cuoio, di stalla, di eserciti sconfitti alla fine dell\u2019Ottocento. Bastava tossire e la polvere si sollevava dai mobili, dagli oggetti, circumnavigava il corpo dell\u2019uomo, vagando nell\u2019atmosfera prima di posarsi altrove. Dopo la morte della zia, l\u2019uomo si \u00e8 organizzato per la consegna del cibo a domicilio, telefonando al garzone del negozio d\u2019alimentari o al commesso del supermercato. Se dovesse avere bisogno di un ricovero, dovr\u00e0 arrivare un\u2019ambulanza, un pick-up\u00a0con il montacarichi, di quelli che si usano per i traslochi. Forse occorrer\u00e0 l\u2019intervento dei pompieri. Il giorno in cui l\u2019uomo morir\u00e0, servir\u00e0 una bara speciale, su misura. Impossibile trasportarla nel corridoio che divide le due case, ma la stessa cosa capiterebbe anche con una bara normale, con un uomo magro.<\/p>\n<p>Sopravvivere barricandosi in se stessi. Gli abitanti del paese possono guardare l\u2019uomo quando esce sul balcone del retro; da l\u00ec, lui fissa le montagne, il campanile che continua a rintoccare le ore attraverso i secoli. Abituati alla sua presenza sul balcone, gli abitanti lo guardano distrattamente, come capita con un palo della luce, un albero o una Madonna del Settecento.\u00a0Eppure da quella posizione, in estate o in inverno, il corpo dell\u2019uomo pare abbracciare case, oggetti, tutta la comunit\u00e0 che, generazione dopo generazione, si \u00e8 avvicendata nel paese. Non appena l\u2019uomo rientra in casa lentamente, cammina trascinandosi verso il lato pi\u00f9 oscuro dell\u2019abitazione. Si affaccia alla finestra dove ha visto tante volte la zia e la nonna. A seconda dell\u2019orario e delle stagioni, un raggio di luce riesce a calarsi dal cielo, si divincola dai due tetti aderenti, attraversando la strettoia che imprigiona le case gemelle prima ancora dell\u2019uomo. Lui fissa quella traccia luminosa, il mondo intorno a s\u00e9 si ostina a sopravvivere, come la pioggia, che in quella feritoia \u00e8 prigioniera di un segreto: a mezz\u2019aria guarda la pioggia, impossibilitata, come l\u2019uomo stesso, a precipitare.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Esistono case che, a un primo sguardo, ci riportano dentro qualcosa di somigliante alla nostra infanzia, o meglio, all\u2019idea dell\u2019infanzia attraversata da un paesaggio fiabesco. 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